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La competitività del bio non passa dall’autarchia di Paolo Carnemolla

Paolo Carnemolla, presidente Federbio: «I rischi per l’integrità della filiera aumenteranno se non si colma rapidamente la distanza tra fabbisogno e disponibilità di materie prime biologiche di origine locale»

 

L’assillo principale in questo momento per chiunque operi correttamente nella filiera alimentare bio è trovare materie prime certificate, possibilmente prodotte in Italia o in Ue e comunque da fornitori verificati e affidabili.

Se non si colma rapidamente la distanza crescente fra fabbisogno e disponibilità di materie prime bio di origine locale, i rischi per l’integrità della filiera aumenteranno e calerà la fiducia dei consumatori nel logo europeo. Questa avrebbe dovuto essere anche la principale preoccupazione delle tre Istituzioni europee (Commissione, Consiglio e Parlamento) che dal 2014 stanno discutendo della riforma del Regolamento pubblicato nel 2007. Non solo perché è opportuno che sia la filiera agroalimentare europea a beneficiare interamente in termini di reddito di un mutamento degli stili di vita e di consumo dei cittadini europei che va inesorabilmente nella direzione del salutare e sostenibile, dunque del bio. Ma anche perché non c’è modo migliore per ridurre gli impatti su ambiente e salute dell’agricoltura nel territorio dell’Unione che convertirla al bio, potendo così aumentare pure l’imprenditorialità giovanile e l’occupazione.

A Bruxelles, invece, la battaglia finale è stata combattuta fra chi voleva mantenere regole “leggere” per l’importazione dai Paesi Terzi e chi voleva imporre a tutti i produttori biologici europei soglie di “decertificazione” automatiche dei prodotti anche in caso di contaminazione accidentale e tecnicamente inevitabile.

Se la politica si riduce, anche in Europa, a uno scontro fra interessi lobbistici e visioni ideologiche nulla di utile ne può derivare per chi deve operare e fare impresa. E infatti il compromesso raggiunto nel trilogo allo scadere del mandato della Presidenza di turno maltese è assai poco utile per le sfide che il settore biologico sta già affrontando.

Forse non è un caso che la notizia di questo faticoso quanto scialbo compromesso raggiunto a Bruxelles sia giunta il giorno stesso in cui a Roma, nel corso di un’audizione al Senato sul disegno di legge per l’agricoltura biologica (già votato a larga maggioranza dalla Camera), la maggiore organizzazione agricola italiana ha sparato a palle incatenate contro il testo in discussione ormai da inizio legislatura.

Proprio il deludente accordo a livello europeo è stato preso a pretesto per invocare una soluzione legislativa “autarchica” tanto drastica quanto improbabile, visto che l’Italia fa parte dell’Ue. Una proposta che avrebbe il solo effetto pratico di far abortire anche il processo legislativo a livello nazionale, se malauguratamente accolta.

Al contrario è proprio il contesto europeo che si sta delineando con la riforma del bio che rende ancora più urgente la necessità di rafforzare la competitività dei singoli Paesi, pur nel sistema comune di regole e mercato. Se è vero che siamo un Paese vocato sia all’agricoltura biologica che alla trasformazione artigianale e industriale di alta qualità, è indispensabile l’approvazione anche al Senato di una legge su cui innestare tutti quei processi virtuosi di natura organizzativa, di programmazione e di formazione e innovazione di cui abbiamo disperatamente bisogno soprattutto in Italia per un bio davvero competitivo e sostenibile, non solo da un punto di vista ambientale.

 

Fonte: http://www.terraevita.it/competitivita-bio-non-passa-autarchia/